Sette Piani

Sette Piani nasce per caso, come dicono quelli che vogliono iniziare una storia rendendola interessante e darsi un certo tono. Cioè io. Frequentavo a Milano un gruppo di giovani filmmaker, che andavano alla ricerca di contatti e possibilità produttive per realizzare un lungometraggio. Uno di questi ragazzi un giorno mi propone di leggere un racconto di Dino Buzzati, di cui non dirò il titolo per non scatenare la caccia alle idee. Il giorno della mia partenza da Milano, passo in una libreria e compro i “Sessanta Racconti”, che mi acccompagnano nel tragitto in treno fino a Trieste. Leggo subito il brano indicatomi dal mio amico, ma quattro ore sono tante, specialmente l’ultimo trattto da Monfalcone in poi, che considero in assoluto il più snervante delle ferrovie italiane, e inevitabilmente leggo il resto della collezione. M’imbatto in “Sette Piani” e ne resto affascinato. Conoscevo Buzzati per aver letto “Il Deserto dei Tartari” e per la sua opera giornalistica, il resto era più vago. Qualche tempo dopo leggo il racconto a mia moglie, che, essendo straniera, non conosceva bene l’italiano né sapeva nulla di Buzzati. Anche lei ne rimane compita e mi incoraggia a scriverne un adattamento cinematografico. Lusingato dall’idea, parto al galoppo, senza prima informarmi di tutti quei dettagli, a cui ci si dovrebbe interessare prima di imbarcarsi in un’avventura simile: se i diritti siano disponibili e se un’operazione similare non fosse già stata compiuta. Non ricordavo di aver mai visto o sentito nulla a riguardo, per cui, fidandomi della mia memoria e della mia presunzione, non faccio nessun controllo e parto in quarta. La sceneggiatura mi soddisfa, ma i miei contatti col mondo cinematografico sono pressoché nulli, per cui lo scritto finisce in un cassetto. Lo rispolvero al momento dell’iscrizione a una scuola di sceneggiatura presso la American University of Paris. La gentile signora al telefono mi domanda quale sia il progetto che intendo sviluppare e io, preso alla sprovvista, tiro fuori la prima cosa che mi passa per la mente, cioè “Sette Piani”. La scuola porta i suoi frutti, la sceneggiatura assume un aspetto più presentabile, ma le cose non si muovono. Qualche tempo dopo mi dico che, se nel cinema non conosco nessuno, nel teatro le cose sono più facili, i contatti non mancano e trasformo la sceneggiatura in dramma per il palcoscenico. Inizio a parlarne con produttori e registi e ho la fortuna di venire a sapere che Paolo Valerio, direttore del Teatro Stabile di Verona, con cui ci conoscevamo da diversi anni, ha intenzione di attivarsi per le celebrazioni del centenario della nascita del grande autore bellunese. La nostra conversazione dà i frutti sperati in una manciata di secondi. Detto fatto, in un anno esatto il tutto prende forma, grazie anche alla collaborazione della signora Almerina, la vedova di Dino Buzzati, che non ha esitato un minuto ad approvare la mia versione teatrale del racconto. Ho tutt’ora un ottimo ricordo di tutto il periodo: l’organizzazione, le prove, la prima e la tournée, che ha portato in giro lo spettacolo per tutto il paese e che mi ha dato grandi soddisfazioni, anche e soprattutto grazie alla bravura e al rigore di Ugo Pagliai: ha incarnato un Giuseppe Corte fedele alla mia (re)visione del racconto.