La Dame aux Camélias

Lavorare su un testo come “La Signora delle camelie” è pericoloso, come lo è lavorare su ogni classico, che sia stato esplorato in lungo e in largo. Se poi a un certo punto il testo trova massima espressione in un’opera assoluta come “La Traviata”, a me, cosa resta da fare? Rileggerlo e trovarne, nel tessuto, un filo da tirare, un filo che possibilmente non sia già stato tirato prima. Un’operazione presuntuosa, dopo duecento anni, ma una rapida ricerca e senz’altro insufficiente, mi ha permesso di verificare un’intuizione: Marguerite Gautier è una donna che viene da una famiglia scombinata. C’è una frase, nel romanzo di Dumas, che più di ogni altra ha attirato la mia attenzione: mia madre mi ha picchiata per dodici anni. Cosa resta della famiglia a una ragazzina che viene picchiata dalla madre per dodici anni? Un senso di rifiuto, di sdegno, di disprezzo, nei confronti di un nucleo, che per lei rappresenta solo paura e umiliazione. La prostituzione è la quintessenza di tale rifiuto: non mi sposo, perché chi vorrebbe per moglie una prostituta? Non avrò bambini, se non per errore, perché quale esempio potrei essere per i miei figli? E soprattutto, il colpo finale: contribuisco alla rovina morale e sociale di quei padri di famiglia, a cui mi concedo per un prezzo che stabilisco io. Se sono abbastanza brava, riesco a ottenere molto di più di quanto non potranno ottenere le loro mogli, che in fondo detesto e umilio, perché ho deciso che non potrò essere mai come loro, anche se lo volessi. Marguerite Gautier, prostituendosi, si concede la vendetta completa contro l’istituzione familiare: uomini e donne conformati alle regole sociali sono minacciati dai suoi capricci e dalla sua ambizione. Resta però un essere umano, Marguerite Gautier e, per quanto ricacci in fondo al suo animo l’idea di diventare dal suo punto di vista “una di quelle”, cioè una mamma e moglie felice, il pensiero riaffiora sempre più vivo, specie quando incontra l’amore vero. Tuttavia l’amore di e per Armand passa in secondo piano, nel momento in cui Marguerite si trova costretta a scegliere: abbandonare la propria felicità per poter permettere a un’altra donna di approfittarne pienamente. Se fosse una vera egoista, come le piacerebbe, Marguerite non ci penserebbe due volte: lascerebbe Armand e continuerebbe a perseguire il proprio fine. Sarebbe però un atteggiamento da prostituta, il proprio personale interesse sopra ogni altra cosa. È dunque l’istinto familiare, ancora vivo da qualche parte nel suo animo, che prende il sopravvento. Gli attori della sua vicenda sono Armand, legato al padre e alla sorella da un profondo affetto; Duval, il padre di Armand, che esercita il proprio potere patriarcale in nome del bene di tutti; Blanche, la sorella di Armand, che sta per coronare il sogno di ogni ragazza dell’epoca, il matrimonio d’amore. Durante il dialogo particolarmente drammatico con Duval, Marguerite, che altrimenti non avrebbe esitato a mandare tutti al diavolo per finalizzare il proprio progetto, percepisce un sentimento raro, nelle parole dell’antagonista: la coesione familiare. Nella sua mente scorrono immagini di una famiglia che non ha mai avuto, unita e amorevole. Lo scambio grigio fra la donna di malaffare e il patriarca accentratore, si colora di famiglia: se da un lato Duval non oserebbe mai e poi mai, impastoiato nei suoi pregiudizi borghesi, considerare Marguerite alla stregua di figlia, dall’altra Marguerite coglie negli occhi dell’uomo una luce affettuosa, quella cura paterna, che per la prima volta le si manifesta, anche se di riflesso. Per un momento, Duval è il padre. Tanto basta. A questo Marguerite cede senza condizioni. La lettura finora più popolare, senz’altro perpetuata dal personaggio di Violetta, è strettamente melodrammatica: la protagonista sacrifica tutto nel nome dell’Amore, proprio o altrui non importa. Io ho voluto fare una piccola forzatura temporale e attribuire all’eroina una consapevolezza di stampo quasi ibseniano: in Marguerite ci sono i germi della donna moderna, consapevole e attrice e non più, come in una logica strettamente romantica, mera vittima impotente degli eventi e del destino. In assenza del deus ex machina o del fratello gemello separato dalla nascita, che entra in scena all’ultimo momento a salvare la situazione per la felicità di tutti, la donna prende in mano la situazione e sceglie. Certo in Ibsen la protagonista avrebbe scelto forse una strada più favorevole a se stessa, piuttosto che un sacrificio assoluto, ma in Dumas c’è una discriminante da non sottovalutare, il romanticismo duro a morire: Marguerite sa di avere i giorni contati, mentre Nora, per esempio, ha tutta la vita davanti.