Comodamente dalla poltrona di casa vostra

Zia Barbara è stata la prima maga televisiva che ho seguito con curiosità, a forse solo undici anni, su una rete privata che ora non esiste più. All’inizio pensavo che scherzasse, poi ho visto che invece faceva sul serio, o perlomeno era presa sul serio dalla gente che chiamava, e da lì ho iniziato a guardare con avidità ogni sorta di trasmissione di magia o veggenza, fino ad arrivare ai giorni nostri, dove in molti casi gli elementi più folkloristici, tarocchi, parrucche e sfere di vetro, vengono messi da parte, per lasciare spazio a tristi siparietti da locale notturno di terza categoria o a inquadrature di gioielli e abiti firmati, che sembrano soddisfare più la vanità della veggente, che la necessità di lettura del futuro. Ricordo che quando Zia Barbara si trovava in difficoltà, perché non imbroccava la risposta giusta, accusava lo spettatore o la spettatrice di non essersi messo di fronte allo schermo tv e che a causa di ciò la lettura delle carte era pregiudicata. Per forza, in un’epoca in cui nelle case l’unico televisore era in salotto e l’unico telefono era in corridoio, il gioco era fatto. Dopo anni di frequentazione scettica, mi sono ritrovato a prevedere il futuro anch’io: è facile, si chiama “cold reading”, cioè consiste nello spremere dalla vittima quelle poche ma fondamentali informazioni, che ci permetteranno di averne un quadro clinico piuttosto chiaro e fare delle previsioni di una banalità sconcertante. Se uno chiama per il lavoro, è evidente che ha un problema col lavoro. Probabilmente c’è qualcuno che ce l’ha con lui, incalza il mago sfogliando le carte. Se la vittima risponde di sì, tombola, si prosegue con la lettura. Se la vittima risponde di no, le carte lo smentiranno subito, affermando che in ufficio c’è qualcuno che segretamente le vuole male e perciò è necessario l’intervento esoterico per estirpare il male. Potrei andare avanti per ore (e fare un sacco di soldi).
Il tema trattato da « Comodamente dalla poltrona di casa vostra » è più delicato di quanto si possa immaginare. All’apparenza ci troviamo di fronte al dramma, per fortuna a lieto fine, di una donna che, in un momento particolarmente difficile della propria vita, perde il controllo della sua normale razionalità e si fa trascinare in un baratro di imbrogli e raggiri, che porteranno la famiglia sul lastrico. Il caso a cui mi sono volutamente ispirato è, inutile nascondersi dietro a un dito, lo scandalo delle televendite di Vanna Marchi e figlia, attualmente detenute a seguito della pesante condanna ricevuta a causa della loro attività truffaldina. In realtà i temi trattati dal monologo, perlomeno nelle intenzioni di chi scrive, sono distribuiti su più livelli. Al di là dei più evidenti, un repentino cambiamento delle condizioni di salute, una trasformazione naturale del corpo e della mente, c’è tutto il meccanismo sottile dell’influenza nefasta che la televisione esercita sugli spettatori, e non sempre su quelli più sprovveduti. Mi fanno infatti sorridere i commenti di quanti, di primo acchito, esclamano: “Ma se si sono fatti fregare, se la sono meritata, come si fa a credere a una baggianata del genere?” Gli stessi non si sottraggono al medesimo meccanismo quando, in diverse circostanze, decidono di credere ad altrettante baggianate, travestite da notiziari più o meno credibili, che raccontano loro quanto vogliono sentirsi dire. Il problema è tutto qui: gli spettatori vengono diretti in maniera artificiosa a credere a una certa circostanza, purché sia la verità che a loro faccia più comodo, senza porsi le giuste domande. Esattamente come fanno le vittime degli astrologi, televisivi e non, vittime che cercano disperatamente una soluzione al loro problema e vagano come delle anime disperate, fino a trovare il farabutto che li accontenti, perlomeno a parole. Il punto che non dovremmo mai dimenticare, e che spero di avere fatto filtrare a sufficienza attraverso il monologo, è che nulla di quanto passa in televisione è vero. Nulla. Perfino un’immagine trasmessa in diretta può assumere un significato diverso a seconda di ciò che si decide di inquadrare. Figuriamoci nelle trasmissioni, che hanno alle spalle una regia e un montaggio. Figuriamoci se tali trasmissioni sono poi nelle mani di personaggi, che hanno un obiettivo ben preciso. La questione più spinosa da risolvere, però, risiede al livello più interno e meno accessibile, perché appunto di difficile decifrazione: fino a che punto si ha il diritto di sottrarre a una persona il diritto di credere a qualcosa di ulteriore e misterioso? Fino a che punto dobbiamo attaccarci al positivismo e al rigore scientifico, impedendo di generare una speranza, che talvolta è appesa a una semplice superstizione? Rischiamo con questo atteggiamento di negare in blocco il diritto al credo religioso, il cui confine con la superstizione è spesso piuttosto nebuloso. A tal proposito non va sottovalutato il fatto che molti veggenti e astrologi raccomandano, per permettere il buon fine dei loro riti, una forte fede, senza la quale il procedimento è destinato a fallire. È un gioco perverso, perché se negassero l’esistenza del trascendente, non verrebbero presi sul serio da chi invece in Dio crede e non ammetterebbe un sostituto terreno dell’Onnipotente. Non è un caso che le zone del nostro paese maggiormente influenzate dalla superstizione siano proprio le zone che tradizionalmente sono più attaccate alla religione. A questa domanda forse senza risposta obiettiva, possiamo parzialmente rispondere tirando in ballo un altro aspetto della vicenda: l’assunzione di responsabilità. Probabilmente la partita si gioca qui, nel senso che superstizione e religione non possono e non devono essere negate, fintantoché l’individuo non riponga esclusivamente in esse ogni speranza e ogni possibilità d’evoluzione dell’esistenza. Possiamo credere che passare sotto una scala porti sfortuna (se non altro per il fatto piuttosto logico che un secchio di vernice potrebbe caderci in testa), ma se condizioniamo il resto della nostra esistenza al fatto di di essere stati costretti a farlo, ecco che improvvisamente ci liberiamo da ogni responsabilità e siamo costretti a rivolgerci al mago, per poter riprendere il nostro cammino. Non dipende più da me, dipende dal segno zodiacale, dalla posizione astrologica della Luna al momento della mia nascita e non posso farci niente. Può, nella peggiore delle ipotesi, dipendere dal fatto che qualcuno mi ha fatto il malocchio e qualunque cosa io faccia, non sarò in grado di uscirne, a meno che non mi metta nelle mani del mago. Nel momento in cui mi metto in testa che la mia vita non è più nelle mie mani, sono automaticamente diventato preda facile per tutti i furfanti, che non vedono l’ora di incontrare un pollo come me. Mi viene in mente la barzelletta del napoletano che va in chiesa ogni settimana e prega San Gennaro di fargli vincere la lotteria. A un certo punto San Gennaro gli appare e gli dice “Figliolo, io la lotteria te la faccio pure vincere, ma se tu non giochi…” Il principio è lo stesso. Ci sono evidentemente gli estremi inconciliabili: un razionalismo che nega ogni forma di trascendente e una religiosità che si affida a corpo morto alla provvidenza, all’imperscrutabile progetto divino. È però vero che trovare l’equilibrio non è facile, specie in un mondo in cui lo spazio per la dimensione spirituale si assottiglia sempre di più, inevitabilmente rosicchiato da una scienza, che non cessa quotidianamente di darci risposte sempre più esaurienti. È in questa breccia d’incertezza che fanno leva persone senza scrupolo, che dietro a una facciata rassicurante, nascondono trappole letali e costosissime.