Banditi

“Banditi” nasce dall’incontro fra un’intuizione piuttosto banale con una forte curiosità.
L’intuizione: il cinema italiano contemporaneo ha perso di mordente proporzionalmente all’allontanamento dalla fine della seconda guerra mondiale. La migliore cinematografia nazionanale, che va dal 1945 alla fine degli anni ’60 ha, nella maggior parte dei casi, un’impronta forte e indelebile: il secondo conflitto mondiale, appunto. Se non è soggetto diretto della narrazione, vi è, nei personaggi e nelle circostanze, quella determinazione e quella visione della vita, che scaturiscono solo nello spirito di chi abbia in qualche modo vissuto un’esperienza così devastante. E se questo sentimento non è presente nella finzione, non può non essere ben radicato nello spirito degli attori, degli autori e dei registi che danno vita alla pellicola. Certe esperienze, inevitabilmente, influenzano il modo di scrivere, di recitare e di dare forma alla narrazione. I rapporti umani saranno regolati in un certo modo, anche nelle situazioni quotidiane più normali. L’italiano a tutto ciò aggiunge una nota di cinismo e spesso di apparente incomprensibile leggerezza, che, combinati alla tragedia, riescono a creare un senso dell’umorismo e della comicità, che a mio avviso non devono essere scambiati per superficialità, ma a ben guardare si rivelano un’arma di difesa nei confronti di una realtà altrimenti inaccettabile. Un esempio su tutti “La Grande Guerra”. “Banditi” non è una storia che parla di guerra, se non in minima parte, ma è una vicenda attuale, che parla di famiglia e amicizia, letta però con gli occhi di chi la guerra l’ha vissuta e incarna i principi, che ho appena esposto.
La curiosità: fin da bambino, avevo ascoltato, piuttosto distrattamente devo dire, alcuni racconti di guerra di mio nonno, che però si limitavano a certi episodi, spesso paradossali e che perciò non riflettevano la reale tragedia. Col tempo ho dovuto reprimere la voglia di saperne di più, perché avevo paura che con le mie domande avrei potuto risvegliare ricordi spiacevoli e perciò ho desistito. A un certo punto però mi sono deciso e ho intervistato mio nonno, che mi ha raccontato la storia della sua vita, dall’infanzia fino ai giorni nostri, passando appunto per il periodo più intenso, la prigionia durante la Guerra d’Africa. Gli episodi, che avevo sentito decine di volte, sono diventati parte integrante di una fotografia molto più densa, travolgente, guardando la quale però non ho potuto fare a meno di sorprendermi, nel ritrovarmi di fronte a una persona, che avevo frequentato da sempre, ma che non conoscevo affato. Il tranquillo funzionario pubblico in pensione, ossequioso ai regolamenti e alle leggi, conosciuto (e spesso deriso) per la sua maniacale osservanza delle regole e per il rispetto degli altri, aveva alle spalle un trascorso che non finiva di stupirmi e che non avrei mai immaginato, se non me lo avesse raccontato lui stesso. Non ne dirò di più, per non rovinare il piacere della lettura di “Banditi”. Mio nonno non era un bandito, ma quando si entra nel mondo della fantasia e della narrazione letteraria, gli avvenimenti reali devono essere amplificati, per poter dare ai sentimenti e alle relazioni quella rilevanza, che ne esalta l’importanza e l’intensità. È per questo motivo che il libro è dedicato a lui.